11.10.2019—19.01.2020

Retour à Rome

Arte, Mostra collettiva, Roma

Opening reception 10.10.2019
H18:30

Comunicato stampa

biografie

Dates
11.10.2019
19.01.2020
Location
Roma
Category
Arte, Mostra collettiva
Information

Opening reception 10.10.2019
H18:30

Istituto Svizzero presenta “Retour à Rome”, una collettiva degli artisti: Anne-Laure Franchette, Vidya Gastaldon, Clemens Klopfenstein, Marie Matusz, Gianni Motti, Uriel Orlow, Denis Savary, Rico Scagliola & Michael Meier e Ian Wooldridge.

Attraverso un allestimento non canonico, la mostra offre uno sguardo alternativo sull’idea di paesaggio come genere pittorico.
Il genere paesaggistico, diffuso a Roma tra i pittori francesi nell’Ottocento, ha influenzato il nostro modo di guardare il mondo. Oggi il paesaggio non è più un genere strettamente legato alla pittura: “Retour à Rome” fa dell’immagine in movimento il medium che più di tutti oggi è capace di riportarci alla mente i ricordi.

Anne–Laure Franchette racchiude in piccole lastre di resina trasparente dei frammenti di vegetazione raccolti nel giardino dell’Istituto. Il nuovo film astratto di Vidya Gastaldon, funge da portale per la percezione di paesaggi interiori; ritmo e musica pervadono l’opera, dando forma a una serie di visioni introspettive. Per Clemens Klopfenstein è un vero e proprio ritorno a Roma: il regista svizzero girò parte del suo film Geschichte der Nacht di notte durante il suo soggiorno all’Istituto Svizzero nel 1979.
La telecamera, per Marie Matusz, non è meramente uno sguardo, bensì un occhio, ovvero lo strumento che abilita lo sguardo; il suo lavoro riflette su come la produzione di immagini e del suono influenzi il comportamento umano, in particolare quando a essere osservato e monitorato è lo spazio.
Nel giardino, l’orologio di Gianni Motti segna inesorabile il tempo fino alla fine dell’esistenza del sole.
Durante la sua carriera, Pasolini cercò invano di girare un film a Gerusalemme: dopo diversi tentativi falliti, nessuna altra città sembrava avere paesaggi suggestivi tanto quanto Roma: questo è ciò che narra Uriel Orlow con la sua installazione nella sala centrale della villa.
Spesso basta un solo oggetto incongruo affinchè lo spazio urbano diventi più poetico. Come i pittori classici lo hanno volutamente incluso nelle loro vedute, Denis Savary, nello stesso modo, ha prodotto una video-opera per la città vecchia di Ginevra inserendo una mongolfiera.
I cimiteri sono parchi in cui vagano i ricordi. In un film lento e malinconico Rico Scagliola e Michael Meier percorrono i sentieri di un bellissimo luogo della memoria a Zurigo.
Anche Internet produce i suoi paesaggi: questo è ciò che Ian Wooldridge presenta nella sua installazione che raggruppa parte della sua collezione di webcam porno vuote.

All’ingresso dell’istituto, un neon di Mario Merz (1925-2003) ci ricorda con umorismo che il resto del mondo è più vicino di quello che sembra.

Nel cortile della dipendenza è installata Coda (a fountain for a filter) di Tumasch Clalüna e Kilian Rüthemann, una fontana che mette in discussione l’erogazione dell’acqua potabile nella città di Roma.

Tumasch Clalüna (1980) vive e lavora Basilea
È regista, scrittore e produttore. Scrive e dirige opere per il suo gruppo teatrale indipendente Kurzer Prozess.

Anne-Laure Franchette (1988) vive e lavora a Zurigo.
La sua ricerca si concentra sugli strati nascosti e sui sistemi di significati che sono alla base della natura, flora e semi.

Vidya Gastaldon (1974) vive a Grange Neuve e lavora Ginevra
Nelle sue opere (disegni, installazioni o video), ci sono riferimenti a divinità indù e culture cristiane, elementi del mondo naturale, simboli delle religioni orientali e della cultura hippie, così come oggetti della vita quotidiana.

Clemens Klopfenstein (1944) vive e lavora a Bevagna (IT).
Regista e scrittore svizzero, direttore della forografia, produttore di film, formato come artista e pittore. Nei suoi film sviluppa nuovi e freschi imput che attinge dal suo ambiente, dalla sua esperienza, dai suoi rapporti con gli amici e dal suo impegno con il mezzo cinematografico.

Marie Matusz (1994) vive e lavora a Basilea.
I suoi lavori sono preceduti da un esame critico delle forme e delle pratiche di ricerca.

Mario Merz (1925-2003) vive e lavora a Torino.
La ricerca di Merz si è sviluppata ed evoluta verso una sperimentazione artistica che lo ha portato a produrre i suoi “dipinti volumetrici”: costruzioni su tela che avvolgono oggetti trouvés, materiali organici o industriali, la cui comparsa nell’opera contribuisce a collocare l’artista tra i protagonisti dell’Arte Povera.

Gianni Motti (1958) vive e lavora a Ginevra.
È un artista concettuale che contestualizza in modo inaspettato oggetti ready made in opere di scultura, video e installazioni site-specific, e definiti da una “semplicità disarmante”.

Uriel Orlow (1973) vive e lavora a Londra.
Il lavoro di Orlow concerne manifestazioni spaziali della memoria, e guarda al mondo botanico come palcoscenico della politica in generale.

Kilian Rüthemann (1979) vive e lavora a San Gallo.
Sebbene le sculture di Rüthemann riflettono il processo, seguono l’indicizzazione degli eventi e sono in discussione con l’arte minimale e concettuale degli anni ’60 e ’70, la mutevolezza dei suoi materiali, invece, introduce una narrazione di dissoluzione e decadimento.

Denis Savary (1981) vive e lavora a Ginevra.
La pratica di Savary intreccia narrazioni intrise di fantasie infantili e fantasmagoria adulta, attraverso, in particolare, una visione dell’esposizione come luogo domestico in cui lo spettatore può abitare.

Rico Scagliola (1985) e Michael Meier (1982) vivono e lavorano a Zurigo.
I lavori di Scagliola e Meier esplorano l’estetica delle personalità degli individui o di gruppi specifici di persone e come essi sono correlati con la percezione di un gruppo sociale più grande.

Ian Wooldridge (1982) vive e lavora a Zurigo.
Lavora su generi familiari, tropi e argomenti, e dicotomie come: la pornografia e noia; la commedia e depressione; il terrore nell’estetica del politically correct. Si appropria e rielabora materiali trovati, inclinando e accodando i media, scardinando le strutture, le narrazioni, i vocabolari e lo spazio.

 

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